Concerti per fagotto e archi di Antonio Vivaldi

Concerti per fagotto e archi di Antonio Vivaldi

con la Nuova Orchestra da camera Ferruccio Busoni

Massimo Belli direttore

Gabriele Screpis fagotto

(Primo fagotto del Teatro alla Scala di Milano)

musica di Antonio Vivaldi

Programma

 

  • Concerto per fagotto, archi e cembalo RV 501 – F. VIII n. 1 Sib maggiore La notte
  • Concerto per fagotto, archi e cembalo RV 498 – F. VIII n. 2 La minore
  • Concerto per fagotto, archi e cembalo RV 484 – F. VIII n. 6 Mi minore
  • Concerto per fagotto, archi e cembalo RV 497 – F. VIII n. 7 La minore
  • Concerto per fagotto, archi e cembalo RV 480 – F. VIli n. 14 Do minore
  • Concerto per fagotto, archi e cembalo RV 488 – F. VIli n. 19 Fa maggiore
  • Concerto per archi e cembalo in Sol maggiore 

Biglietti

intero 10 euro

ridotto 8 euro (under 25 e over 65)

ridotto abbonati Circuito ERT 5 euro

 

Gabriele Screpis

Primo fagotto solista dell’Orchestra del Teatro alla Scala di Milano e dell’omonima Filarmonica.

 

Nato a Genova, ha compiuto gli studi musicali al Conservatorio Niccolò Paganini della sua città, diplomandosi con il massimo dei voti e la lode.

Fin da giovanissimo si fa apprezzare per le sue doti tecniche ed espressive vincendo numerosi concorsi internazionali. In veste di primo fagotto ha collaborato con i maggiori direttori della scena internazionale tra i quali Leonard Bernstein, Carlo Maria Giulini, Daniel Barenboim, Pierre Boulez, Riccardo Muti, Lorin Maazel, Zubin Metha, Giuseppe Sinopoli, Riccardo Chailly, Antonio Pappano, Valery Gergiev. All’attività in orchestra affianca una carriera in veste di solista e in formazioni cameristiche. Ha partecipato ad importanti stagioni concertistiche come il Festival di Aix en Provence, Le Settimane Musicali Internazionali di Napoli, la Stagione da Camera del Teatro alla Scala e dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia di Roma. Ha tenuto concerti in tutto il mondo in prestigiose sale quali la Carnegie Hall di New York, la Tonhalle di Zurigo, la Suntory Hall di Tokyo, la Sala della Filarmonica di San Pietrburgo.
È docente all’Accademia del Teatro alla Scala e tiene regolarmente corsi di perfezionamento.
Tra le sue più importanti registrazioni vi sono quelle con I Cameristi di Roma, L’Ottetto Italiano e I Solisti della Scala. Con questi ultimi ha realizzato due cd con musiche di Stravinskij e Mercadante. La recente pubblicazione del cd/dvd “18th Virtuoso Bassoon” ha riscosso un ottimo consenso di critica e pubblico.

 

Storico complesso fondato nel 1965 da Aldo Belli, l’Orchestra da Camera “Ferruccio Busoni” è una delle prime orchestre da camera nate in Italia nel dopoguerra ed è la più antica del Friuli Venezia Giulia.

 

L’Orchestra si è posta all’attenzione del pubblico e della critica suonando in Italia e in Europa con solisti d’eccezione quali Salvatore Accardo, Ivry Gitlis, Domenico Nordio, Simonide Braconi, Gianluca Littera, Michael Flaksman, Lucio Degani, Federico Agostini, per citarne solo alcuni.
Da sempre attenta alla diffusione della musica contemporanea ha al suo attivo molte prime esecuzioni assolute. Nel 2015 la rivista Amadeus ha pubblicato la registrazione del concerto tenuto al Teatro Verdi di Trieste con il violinista Domenico Nordio in occasione del 50° compleanno dell’Orchestra. Tra le uscite discografiche più recenti ricordiamo il concerto dedicato al 150° anniversario della nascita di Ferruccio Busoni insieme alla pianista coreana Chloe-Mun nel 2015 e il disco Idillio e Serenate per Brilliant Classics con musica di Janacek, Elgar e Kalinnikov nel 2016.

L’Orchestra Busoni è inoltre l’ideatrice e principale interprete delle Mattinate Musicali Internazionali, la rassegna di musica da camera al Museo Revoltella di Trieste che vanta quindici anni di attività.

 

L’Orchestra è diretta da Massimo Belli

Professore di violino diplomato con il massimo dei voti e la lode, il M° Belli è stato premiato in numerosi concorsi nazionali e internazionali, ha suonato da solista e diretto, nelle più importanti sale italiane, in tutta Europa, ex Unione Sovietica, Turchia e Sud America.

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Il canto della caduta

Il canto della caduta

Il regno di Fanes

Il mito di Fanes è una tradizione popolare dei Ladini, una piccola minoranza etnica (35.000 persone) che vive nelle valli centrali delle Dolomiti.

E’ un ciclo epico che racconta la fine del regno pacifico delle donne e l’inizio di una nuova epoca del dominio e della spada. E’ il canto nero della caduta nell’orrore della guerra.

Il mito racconta che i pochi superstiti sono ancora nascosti nelle viscere della montagna, in attesa che ritorni il “tempo promesso”. Il tempo d’oro della pace in cui il popolo di Fanes potrà finalmente tornare alla vita.

 

I bambini

Secondo il mito, i sopravvissuti a cui è affidata la rinascita dell’intero popolo perduto, sono bambini.

La loro infanzia rimane sospesa, incastrata nel tempo. Devono nascondersi, altrimenti potrebbero essere uccisi: la guerra non risparmia nessuno. Nemmeno i più piccoli.

Ho cercato di immaginarli e li ho visti nascosti sotto teste di topo, come i bambini disegnati da Herakut, duo tedesco di streetartists che ha lavorato in diversi campi profughi e zone devastate dalle guerre.

 

I corvi

La scena iniziale è la scena della fine: un campo di battaglia.

Quello che resta degli eserciti, diventa il banchetto dei corvi, ormai svogliati per la troppa abbondanza. I corvi si parlano, prendono le parti del coro, descrivono la battaglia, il frantumarsi di ondate di uomini che seminano corpi a pezzi. Indugiano sulla meraviglia che accompagna la carneficina, il lato ostinato del darsi morte fino al culmine dello sterminio.

La guerra non si vede mai sulla scena. Eppure c’è, restituita al pubblico dal punto di vista degli unici personaggi che ne traggono sempre vantaggio.

 

Animatronica

Il canto della caduta prevede la presenza in scena di personaggi meccanici progettati e realizzati dalla scenografa Paola Villani, che si inseriscono nella tradizione del teatro di figura ma ne scardinano l’immaginario in quanto la loro movimentazione si basa su tecnologie applicate in animatronica e sull’utilizzo di componentistica industriale per realizzarle.

Il dispositivo costruito per Il canto della caduta, produce la movimentazione di un sistema complesso di leve a cavo attraverso dei joystick meccanici manovrati dalle mani di un’unica attrice.

 

Mutterrecht

Secondo Kläre French-Wieser, tre passaggi importanti dell’essere umano si sono fusi nell’epos ladino di Fanes:

° Il passaggio dal diritto materno al patriarcato

° Il passaggio da un sistema pacifico a uno belligerante

° Il passaggio dalla cultura del totem (quella dei popoli cacciatori ancora in simbiosi con la natura e che riconoscono nell’animale totem il proprio antenato) alla cultura della miniera e dell’estrazione dalle montagne.

Il mito di Fanes racconta, infatti, di un’età dell’oro in cui esseri umani e natura avevano un rapporto di alleanza che permetteva loro di vivere in pace e prosperità. In questa età dell’oro la guida del popolo era compito femminile. Poi arrivò un re straniero e le cose cambiarono per sempre.

 

Il pensiero mitico

Il codice di accesso a questo enorme tesoro di saperi stratificati segue però un percorso che procede non per parole, bensì per immagini. Perché il primo linguaggio del pensiero non “parla” attraverso segni di lingua, ma “vede” il valore iconico dei simboli.

Il pensiero mitico non è mai accidentale, emerge all’interno di un preciso sistema organizzato di attività e funzioni divine. La mitologia riflette dunque una struttura concettuale.

Non esiste popolo che non abbia un suo patrimonio peculiare di racconti mitici che narrano le origini dell’universo, degli dei, dell’ordine sociale e offrono immagini a paure e domande ancestrali: chi siamo, da dove veniamo, qual è il nostro destino?

Guardare indietro per andare avanti

Nel saggio di antropologia Il calice e la spada, Riane Eisler indaga le strutture sociali che l’umanità si è data nel corso dei secoli e davanti a una continua epopea di guerre e ingiustizie, apre la riflessione a domande più che mai necessarie: la guerra è parte incancellabile del destino dell’umanità? Cosa ci spinge perennemente alla guerra invece che alla pace? Perché ci cacciamo e perseguitiamo l’uno con l’altro? Il dominio dell’uomo sulla donna è inevitabile? E’ realisticamente possibile il passaggio da un sistema  di guerre incessanti e di ingiustizia sociale a un sistema mutuale e pacifico?

Secondo Riane Eisler, le risposte per un futuro migliore potrebbero affondare le radici in quel punto nella preistoria della civiltà europea di cui parla l’archeomitologa lituana Marija Gimbutas, in cui la nostra evoluzione culturale sarebbe stata letteralmente sconvolta.

 

Archeomitologia

L’approccio dell’archeomitologia è multidisciplinare e unisce l’archeologia descrittiva alla mitologia comparata, al folclore, all’etnologia storica e alla linguistica.

Marija Gimbutas, nel saggio Il linguaggio della Dea, ricostruisce un mondo perduto che corrisponde all’Europa neolitica in cui la presenza del femminile sarebbe stata centrale nella visione del sacro e della struttura sociale. Un’Europa antica molto diversa da quella patriarcale che ha prevalso successivamente, caratterizzata dal predominio del sesso maschile su quello femminile e dalla sopraffazione dei popoli più deboli.

A sostegno delle sue tesi, l’archeomitologa lituana porta le tracce e i simboli che ancora si possono trovare nelle leggende, nei miti, nel folklore, nella spiritualità delle ere successive che conserverebbero la memoria di questa cultura neolitica.

 

Fonti di pensiero e parole

Ho conosciuto i testi di Riane Eisler e Marija Gimbutas grazie a Giuliana Musso, quando mi ha coinvolto come attrice nel suo progetto La città ha fondamenta sopra un misfatto ispirato alla Medea di Christa Wolf.

Questo nuovo progetto prosegue idealmente il discorso femminista iniziato con la Trilogia sulle resistenze femminili e raccoglie i fili che altre studiose ed artiste hanno tessuto prima di me. Un orizzonte di pensiero e parole che continua incessantemente a tramandarsi nonostante millenni di patriarcato.

Il canto della caduta cerca nuove immagini per antichi problemi e attraverso l’antico mito di Fanes, porta nuovamente alla luce il racconto perduto di come eravamo, di quell’alternativa sociale auspicabile per il futuro dell’umanità che viene presentata sempre come un’utopia irrealizzabile. E che invece, forse, è già esistita.

 

Di e con: Marta Cuscunà Progettazione e realizzazione animatronica: Paola Villani Assistente alla regia: Marco Rogante Progettazione video: Andrea Pizzalis Lighting design: Claudio “Poldo” Parrino Partitura vocale: Francesca Della Monica Sound design: Michele Braga Esecuzione dal vivo luci, audio e video: Marco Rogante Costruzioni metalliche: Righi Franco Srl Assistente alla realizzazione animatronica: Filippo Raschi Collaborazione al progetto: Giacomo Raffaelli Distribuzione: Laura Marinelli Staff Centrale Fies: Ioana Bucurean, Maria Chemello, Laura Rizzo, Stefania Santoni, Virginia Sommadossi Co-produzione: Centrale Fies, CSS Teatro stabile d’innovazione del Friuli Venezia Giulia, Teatro Stabile di Torino, São Luiz Teatro Municipal | Lisbona In collaborazione con: Teatro Stabile di Bolzano, A Tarumba Teatro de Marionetas | Lisbona Residenze artistiche: Centrale Fies, Dialoghi–Residenze delle arti performative a Villa Manin, São Luiz Teatro Municipal, La Corte Ospitale Con il contributo del Centro di Residenza dell’Emilia-Romagna “L’arboreto-Teatro Dimora | La Corte Ospitale” Sponsor tecnici: igus® innovazione con i tecnopolimeri; Marta s.r.l. forniture per l’industria Si ringraziano Daniele Borghello, Cattivo Frank-Franco Brisighelli, Erika Castlunger, Ulrike Kindl, Andrea Macaluso, Alessandra Marocco, Famiglia Medioli-Valle, Giuseppe Michelotti, Giuliana Musso, Bernardetta Nagler

Marta Cuscunà fa parte del progetto Fies Factory di Centrale Fies

 

Si segnala la presenza di forti e ripetuti suoni disturbanti e frequenti lampi di luce durante lo spettacolo. 

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Stagione 2018-2019

Stagione 2018-2019

Eccola la nostra ventitreesima stagione, anche quest’anno nata cercando di mettere insieme i consigli ed i desideri dei nostri soci.

Un cartellone variegato, ricco di sfumature, di grandi ritorni, attesissimi arrivi ed intriganti novità: tanto talento, risate, profondità, racconti, musica e…un po’ di suspance.

Il primo appuntamento, giovedì 8 novembre, vedrà il ritorno di Angela Finocchiaro con “Ho perso il filo”, uno spettacolo sorprendente nel quale Angela, non sarà solo la fantastica attrice comica che tutti conoscono, ma avrà modo di usare altri registri legati alla sua stralunata fisicità e al canto, qualità che la rendono unica nel teatro italiano. Sarà affiancata da danzatori di formazione acrobatica e freestyle, su coreografie realizzate da Hervé Koubi, astro nascente della danza contemporanea e creatore di un linguaggio caratterizzato dalla contaminazione di figure acrobatiche di straordinaria fisicità e impatto visivo. Le musiche originali che faranno da colonna sonora a questo spettacolare e divertente viaggio sono composte da Mauro Pagani, vero mito nel panorama musicale italiano. Insomma che altro?

Il 15 dicembre il nostro teatro ospiterà per la prima volta Marina Massironi e Alessandra Faiella in “Rosalyn”: avvincente, comico, un giallo ricco di colpi di scena, sostenuto da una scrittura incalzante, Rosalyn scava con irriverenza in una zona incandescente della personalità che tutti noi preferiremmo tenere nascosta.

Dopo alcuni anni di assenza, venerdì 25 gennaio, torna una delle interpreti più amate e “votate” dal pubblico, Marta Cuscunà, che dopo “La semplicità ingannata” ci regala ancora un grande racconto, tra mito, storia e attualità, ancora una volta uno sguardo al femminile per parlare di guerra – si stanno chiudendo le celebrazioni dedicate all’anniversario della Prima Guerra mondiale, ma la macchina della guerra non si è mai fermata- per aprire le porte a un racconto diverso da quello a cui ci hanno assuefatto i telegiornali in cui la distruzione bellica è talmente esibita ed esposta da risultare ormai inoffensiva, e invece Marta desidera “cercare di rendere visibile ciò che caratterizza i personaggi del mito e che porta alla nascita dell’ideologia della sopraffazione: il tradimento della natura umana e del proprio ruolo in favore della spada e del profitto individuale”.

Mercoledì 13 febbraio: un grande ritorno, Ariella Reggio e un “nuovo arrivo”, attesissimo e molto richiesto, Massimo Dapporto, saranno i protagonisti di “Un momento difficile”, tratto dal romanzo di Furio Bordon. Una piece intensa, indimenticabile, intima e universale…

Sabato 2 marzo sarà la volta di un evento decisamente “social”…il nuovo show comico di Stefano Santomauro, “Like”, che racconta le manie dell’era delle comunicazioni social con una capacità narrativa e surreale che ci terrà incollati alla poltrona facendoci ridere e riflettere.

L’ultimo appuntamento, sabato 30 marzo, è con il talento travolgente, sorprendente scritto e cantato da Dario Ballantini, “Da Balla a Dalla. Storia di un’imitazione vissuta”, definito da più voci un capolavoro assoluto capace di toccare le corde dell’anima …uno di quegli spettacoli che non vorresti finissero mai.

Quest’anno inoltre abbiamo il piacere di proporti fuori abbonamento i concerti per fagotto ed archi di Antonio Vivaldi eseguiti dal primo fagotto della Scala Gabriele Screpis e dall’Orchestra da Camera Ferruccio Busoni.

L’appuntamento per sabato 12 gennaio e per te abbonato ci sarà l’opportunità di acquistare il biglietto già da subito, garantendoti così lo stesso posto dell’abbonamento, ad un prezzo ridotto.

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Con gli occhi di Gallileo

Con gli occhi di Gallileo

Non si tratta di un pezzo teatrale e neppure di una conferenza scientifica.

Il titolo stesso è volutamente ambiguo: gli occhi possono essere interpretati come il modo di vedere del grande scienziato pisano oppure come i telescopi, che lui per primo ha rivolto verso il cielo stellato. Entrambi gli sguardi hanno cambiato il modo in cui percepiamo l’universo che ci circonda, allargandone enormemente non solo i confini geografici, ma anche quelli posti o imposti dalla mente umana.

Con gli occhi di Galileo, spettacolo di Max Olitz e Nando Patat, è un omaggio all’intelletto umano e ai suoi limiti, al fascino del cielo e alla ricerca della verità.

SI AVVERTE CHE IL TEATRO LAVARONI APRIRA’ AL PUBBLICO DALLE ORE 19.30.

LA SERATA E’ AD INGRESSO LIBERO FINO AD ESAURIMENTO DEI POSTI DISPONIBILI.

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